L’UE come terzo attore nel conflitto turco-curdo

Turchia e UE

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22″][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.0.1″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” text_orientation=”justified”]L’offensiva turca contro il popolo curdo si è rivelata essere un’autentica bomba a orologeria. Di fronte a tali accaduti, oggi, ci si chiede se i paesi terzi  avessero potuto far di più.  L’Unione Europea ha veramente fatto tutto ciò che era in potere di fare?

 

A fronte dell’esigenza manifestata da tempo da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, di realizzare una safety zone avente il duplice obiettivo di difendere la sicurezza nazionale da quella che Ankara definisce una minaccia terroristica,  e di reinsediare i 2 milioni di rifugiati siriani al momento stanziati in Turchia, il 9 ottobre 2019 truppe turche hanno promosso attivamente un’offensiva contro le postazioni delle Milizie curde di protezione popolare  (YPG) nel nord della Siria.  È così che si è messa a segno la cosiddetta Operation Peace Spring. A distanza di un mese e poco più da questa discussa e controversa azione, elaborando un po’ i bilanci, vediamo, in qualità di “guadagni”,  un cessate il fuoco sancito a Sochi il 22 ottobre da Vladimir Putin ed Erdogan  in accordo con le milizie curde, determinante la messa fuori campo delle Ypg a 30 km fuori dal confine funzionale alla effettiva creazione di quella aspirata zona cuscinetto pattugliata da militari turchi e russi. In qualità di perdite, invece, abbiamo un bilancio pari a circa 500 miliziani uccisi in aggiunta a un numero ancora indefinibile di civili morti durante i bombardamenti, e più di 100 mila sfollati in fuga.

Di fronte a un tale scenario, sentimenti di compassione, solidarietà e vicinanza suonano come un film già visto ripetute volte. Ma il quesito chiave risulta essere orientato più ai fatti che alle parole, ergo: cosa possono, o per meglio dire, potevano concretamente fare le grandi potenze europee, in primis, per evitare qualsiasi forma di sostegno alla Turchia e dunque esplicitare un appoggio più effettivo verso quelle che risultano essere le vittime vere e proprie di questa operazione? Che l’obiettivo comune fosse condannare e sanzionare l’attacco unilaterale della Turchia e esercitare pressioni su Ankara affinché si fermi, non vi è alcun dubbio. Tuttavia, al di là della retorica, una full immersion nella pratica permette di delineare due possibili controazioni rispetto a quanto progettato da Erdogan: sanzioni alla Turchia in ambito NATO, in accompagnamento o alternativa a sanzioni economiche.

Per quanto concerne il caso NATO, la questione è possibile sbrigarla in una manciata di parole: sanzioni all’interno della NATO non si ricorda ne siano mai state emesse, motivo per cui ad oggi non siamo in possesso di una prassi sufficientemente sviluppata tale da poter agire in questo senso. Chiaramente tale aspetto ci fa pensare che questo si riveli anche un sintomo di fragilità dell’Alleanza stessa, considerato lo scopo difensivo per il quale nacque e l’esercizio di difesa concreto che, nei fatti, si è rivelato essere scarso. Un ripensamento o eventuale forma di riorganizzazione di tale istituzione pare d’obbligo.

Ma veniamo alle sanzioni economiche. La forma più accreditata e intuitiva attraverso cui sviluppare sanzioni economiche correlate ad un conflitto in corso si conferma essere il blocco della vendita di armi. Partiamo dalla messa in discussione dell’azione del nostro stesso sistema nazionale. Il governo turco è infatti uno dei principali clienti dell’industria bellica tricolore. Per essere precisi: nel 2018 (l’ultimo anno per il quale si hanno dati ufficiali) il nostro Ministero degli Esteri ha autorizzato vendite per 360 milioni di euro. In particolare, sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva. Tra i materiali autorizzati: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7 mm, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili e accessori, oltre ad apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software.  Negli ultimi quattro anni l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463  milioni di euro (FONTE:Rete italiana per il Disarmo). Tutti dati che paiono entrare in forte collisione con la legge 185 del 1990 del nostro ordinamento sancente il divieto della vendita di armi italiane a Paesi in stato di conflitto armato. Stesso concetto ribadito all’interno  della posizione comune europea del 2008 e dal Trattato ONU sul commercio di armi sottoscritto dalla stessa Italia nel 2013. Lo scorso 16 ottobre, il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha siglato il blocco delle vendite future di armi alla Turchia, che non comporterebbe quindi una sospensione immediata dei contratti correnti. La stessa linea era stata precedentemente promossa all’interno delle sedi del governo tedesco e francese,  nonché da Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, mentre il Consiglio degli Affari esteri dell’UE del 14 ottobre scorso ha invece evitato di decretare un embargo di armi a livello europeo, limitandosi a impegnare gli Stati membri «in ferme posizioni nazionali in merito alla politica di esportazione di armi alla Turchia», favorendo così, a detta dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri Federica Mogherini,  procedimenti più immediati.

Ma a cosa dobbiamo queste forme di “gap” nelle reazioni degli stati europei, questo avvalersi di decisioni “fai-da te” a medio termine da parte dei singoli stati, in mancanza di un fronte comune da parte dell’UE? Con estrema probabilità molto ha a che fare con la minaccia velata della Turchia in materia di rifugiati definibile attraverso un semplice meccanismo causa- effetto: una forte opposizione dell’UE verso l’invasione turca corrisponderebbe ad un’apertura delle frontiere e ad un arrivo altrettanto forte, in termini di numeri, di rifugiati siriani (circa 3,6 milioni). Ne è la prova il fatto che ad oggi l’UE stia negoziando con la Turchia in merito all’eventuale rinnovo o cancellazione dell’accordo sui rifugiati stipulato con Ankara. Gli stessi governi europei, appellandosi all’accaduto, difficilmente si sono espressi con termini quali “invasione” o “crimini di guerra” , facendo, di contro, un uso sproporzionato del termine “preoccupazioni”sia in riferimento ai rifugiati sia in riferimento ai membri dell’ISIS che si sono dati alla fuga a seguito dell’offensiva turca. In aggiunta a tutto ciò, sempre in relazione alle controazioni messe in atto, è necessario ricordarsi che un blocco d’armi tenuto in asso per qualche mese ha un’efficacia paragonabile ad appena una settimana, considerato che la Turchia è comunque in possesso di armamenti sufficienti da poter stare in conflitto per parecchi anni. Il blocco completo a lungo termine  avrebbe già un influsso più significativo sui rendimenti della Turchia così come le avrebbero vere e proprie sanzioni economiche, tenuto conto che il 55% degli affari della Turchia si disinnesca proprio su territorio UE. Ma dunque rimane da capire che carta stia giocando l’UE in tale contesto: quella dell’attore economico o quella dell’attore politico? A fronte di quanto argomentato parrebbe proprio l’ultima. Ciononostante i risultati non si sono rivelati determinanti. L’UE avrebbe potuto fare di più? A detta di Ercan Ayboga, ingegnere, attivista ambientale ed esperto delle politiche razziste in Turchia e della democrazia diretta in Rojava “la Turchia è una minaccia non solo per i curdi ma per i movimenti democratici in tutto il Medio Oriente. Nella fattispecie i curdi sono il motore della democrazia in Turchia e Siria. L’UE dovrebbe agire nell’interesse di tutti coloro che lottano per la democrazia e la libertà contro un nazionalismo spietato tipico di regimi autoritari così forti”. Intanto che si metabolizzano le conclusioni di una vicenda così complessa e cruda allo stesso tempo, paiono incalzanti le parole del giornalista francese Philippe Alexandre: “Se non c’è una Europa quando il mondo trema per le guerre, quando mai ce ne sarà una?”.[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]