L’ambiente in Europa tra verifiche e pianificazioni

L’ambiente in Europa tra verifiche e pianificazioni

Il tema della sostenibilità è divenuto negli ultimi anni uno dei topic più ricorrenti nel dibattito scientifico e politico. È ormai evidente che le attuali traiettorie, interconnesse e collegate ai sistemi di produzione e consumo, sono insostenibili e molteplici relazioni scientifiche globali da parte di IPCC, IPBES, IRP e UNEP confermano tale tesi. Nell’ultima relazione dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), “L’ambiente in Europa: stato e prospettive nel 2020” (SOER 2020), sono state rintracciate importanti lacune tra lo stato dell’ambiente e gli attuali obiettivi della politica europea a breve e lungo termine. Le ambiziose prospettive delineate dalle autorità dell’UE nel Settimo programma di azione per l’ambiente (7° PAA) prevedono che nel 2050 si vivrà “nel rispetto dei limiti ecologici del nostro pianeta”, poiché “prosperità e ambiente sano saranno basati su un’innovativa economia circolare senza sprechi, in cui le risorse naturali sono gestite in modo sostenibile e la biodiversità è protetta, valorizzata e ripristinata in modo tale da rafforzare la resilienza della nostra società”. Tali politiche poggiano su tre priorità, ovvero: 1) proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale europeo; 2) rendere l’economia dell’UE a basse emissioni di carbonio, efficiente nell’utilizzo di risorse, verde e competitiva; 3) proteggere i cittadini dalle pressioni legate all’ambiente e dai rischi per la salute e il benessere. Le attuali minacce per la biodiversità, gli ecosistemi, la salute e il benessere dei cittadini allontanano il raggiungimento degli obiettivi prefissati, nonostante i successi della governance ambientale europea. Ad esempio, solamente il 23% delle specie protette e il 16% degli habitat sono classificabili in uno stato di conservazione buono, malgrado l’obiettivo di arrestare la perdita di biodiversità entro il 2020. Anche gli obiettivi inerenti allo stato delle acque e del territorio sembrano irraggiungibili, benché la qualità dei corpi idrici e la gestione del territorio siano migliorate; infatti, la frammentazione del paesaggio è in aumento, causando continui danneggiamenti degli habitat e perdita di biodiversità, mentre l’inquinamento atmosferico determina un eccesso di azoto nel 62% degli ecosistemi, favorendo i processi di eutrofizzazione. Altrettanto vero è che il consumo di materiali è diminuito, l’efficienza delle risorse è stata migliorata, le emissioni di CO2 sono state ridotte del 22% dal 1990 al 2017, l’utilizzo delle risorse rinnovabili è aumentato fino al 17,5% nel 2017 e l’estrazione di acqua totale è diminuita quasi del 20% tra il 1990 e il 2015.

Meno positive sono invece le tendenze recenti. La domanda totale di energia è aumentata dal 2014, così come le emissioni nocive prodotte dall’industria agroalimentare e dal sistema dei trasporti. I rischi per la salute e il benessere dei cittadini sono purtroppo ancora concreti; ad esempio, alcune sostanze chimiche mobili persistenti resistono ai trattamenti applicati alle acque potabili e la popolazione urbana dell’Unione, circa il 20% di quella totale, vive in aree che registrano concentrazioni di inquinanti atmosferici superiori agli standard qualitativi (si pensi che solo il particolato determina in Europa circa 400 mila decessi prematuri ogni anno e che le aspettative di vita hanno registrato un calo di 2-24 mesi nei Paesi ad alto reddito).

Come affermato dal Direttore esecutivo dell’EEA, Hans Bruyninckx, i risultati finora ottenuti dall’Europa sono sicuramente importanti, tuttavia “una cosa è cambiare il modo di pensare, un’altra è attuare concretamente il cambiamento. L’attenzione ora deve essere rivolta al potenziamento, all’accelerazione, alla razionalizzazione e all’attuazione delle numerose soluzioni e innovazioni — sia tecnologiche che sociali — già in essere, stimolando nel contempo ricerca e sviluppo ulteriori, catalizzando i cambiamenti comportamentali e, aspetto fondamentale, ascoltando e coinvolgendo i cittadini”.

 

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