La salute della democrazia in Europa durante l’emergenza Coronavirus

La salute della democrazia in Europa durante l’emergenza Coronavirus

Diversi saranno i temi che l’Europa dovrà affrontare una volta terminata l’emergenza sanitaria da Coronavirus, uno fra questi è lo stato di salute della democrazia all’interno dei paesi dell’Unione.

Sono stati infatti 137 i deputati ad aver approvato, lo scorso 30 marzo, la “Legge di autorizzazione” che ha conferito i pieni poteri al primo ministro ungherese Viktor Orban. La misura è stata presa come strumento di contrasto al contagio da Covid-19 in un paese che, secondo le cifre riportate dal governo magiaro, registra solo 15 morti e 447 casi. La decisione concede al primo ministro di poter governare per decreti, permette l’abrogazione di leggi votate dal parlamento e prevede fino a 8 e 10 anni di carcere per chi non rispetta le restrizioni e per i divulgatori di fake news (anche le critiche al governo saranno considerate “notizie false”?); tutto ciò senza una limitazione temporale dei poteri straordinari.

L’azione di Orban non si discosta molto dalle scelte passate: ricordiamo tutti “la barriera metallica” di 175 chilometri eretta al confine con la Serbia nel 2015 per arrestare il flusso migratorio dai Balcani, la “legge schiavitù” del 2018, che aumentava a 400 ore gli straordinari dei lavoratori ungheresi, e i dubbi sull’effettiva autonomia del sistema giudiziario e della libertà della ricerca e dei media nazionali.

Sembrano pertanto diversi i diritti che sono stati minacciati in passato in Ungheria; oggi ci si interroga, invece, se i pieni poteri acquisiti dal premier stiano violando o meno l’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea che impone agli Stati membri i valori della “dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e il rispetto diritti umani”.

Ma quali sono state di preciso le risposte della comunità europea a seguito della decisione del 30 marzo?

Il 2 aprile Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha annunciato di essere “preoccupata per la situazione in Ungheria”.  Anche il commissario europeo per la Giustizia e lo Stato di diritto, Didier Reynders, ha twittato che la stessa Commissione sta attualmente valutando la legge di Orban. Il leader polacco Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo e oggi presidente del Partito popolare europeo, in una lettera ha sottolineato che quella di Orban è una svolta autoritaria affermando, quindi, la necessità di optare per l’espulsione del Fidesz (il partito del ministro ungherese) dalla sua famiglia politica.

Ma è proprio dalla Polonia che si registrano altri “contagi alla democrazia”: Jaroslaw Kaczynski, appartenente al partito Diritto e Giustizia (PiS), ha fatto promuovere una nuova legge elettorale a pochi giorni di distanza dalle elezioni del prossimo 10 maggio. Andrzej Duda, attuale presidente della Polonia e legato al PiS, sarebbe così destinato a essere rieletto essendo ancora il grande favorito nella scena politica polacca. Il governo, inoltre, preme affinché le elezioni non siano rimandate, nonostante l’emergenza Coronavirus, ponendo i cittadini di fronte a una scelta: il diritto al voto o il diritto alla salute.

Nel frattempo, il 2 aprile, la Corte europea dei diritti umani ha condannato proprio l’Ungheria e la Polonia, assieme alla Repubblica Ceca, per non essersi conformati al meccanismo di ricollocazione dei richiedenti protezione internazionale nell’ambito del programma concordato dal Consiglio europeo nel 2015.

Sembra dunque che il Coronavirus non stia solo mettendo a rischio la salute di tutti e l’economia dell’Europa ma anche i valori fondamentali dell’Unione nonché i sistemi legali e politici che dovrebbero favorire la nostra convivenza.

 

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