La Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni ai tempi della pandemia

La Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni ai tempi della pandemia

La data del 9 agosto è stata scelta per celebrare i popoli indigeni del mondo, in ricordo della prima riunione del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sui popoli indigeni tenutasi a Ginevra nel 1982, e con il fine di aumentare la consapevolezza sui bisogni e i diritti di tali popoli.

Si stima che nel mondo vivano circa 476 milioni di indigeni, distribuiti approssimativamente in 5.000 comunità differenti in tutti i continenti, anche se il 70% di essi abita in quello asiatico. Pur costituendo meno del 5% della popolazione mondiale, i popoli indigeni rappresentano il 15% dei più poveri.  I popoli indigeni lottano da sempre per preservare la loro identità e veder rispettati i loro diritti, specialmente quello all’autodeterminazione, alla terra, al territorio e alle risorse naturali. Il legame con la natura è infatti un elemento fondamentale, comune alla maggioranza delle culture indigene in tutto il mondo. È ormai riconosciuto il contributo che i popoli indigeni hanno storicamente dato alla gestione e alla protezione dell’ambiente, basti pensare che i c. d. “protettori della Terra” preservano circa l’80% della biodiversità del pianeta.

Nonostante i passi avanti fatti a livello internazionale per la tutela e la promozione dei diritti dei popoli indigeni, la loro sopravvivenza, fisica e culturale, è costantemente in pericolo, come sottolineato dalla crisi provocata dalla pandemia di COVID-19.

Nei pressi delle comunità indigene sono spesso scarse o assenti strutture sanitarie pubbliche, ancor più quelle che garantiscano l’accesso a servizi medici appropriati, che rispettino l’identità culturale indigena. Inoltre il Relatore speciale sui diritti dei popoli indigeni, José Francisco Cali Tzay, ha affermato che in molti paesi l’emergenza sanitaria sta aggravando l’emarginazione delle comunità indigene, favorendo in alcuni casi la militarizzazione dei loro territori e lo sfruttamento dei loro territori. In alcuni Paesi le consultazioni con le popolazioni indigene, così come le valutazioni di impatto ambientale, sono state bruscamente sospese a causa del COVID, favorendo l’avvio di megaprogetti sui territori indigeni, relativi all’agroalimentare, all’estrazione mineraria, alle infrastrutture.

Come dichiarato da Tzay: “Le popolazioni indigene che perdono le loro terre e i loro mezzi di sussistenza sono spinte ulteriormente nella povertà, con tassi di malnutrizione più elevati, mancanza di accesso all’acqua potabile e alle strutture igienico-sanitarie, nonché l’esclusione dai servizi medici, che a sua volta le rende particolarmente vulnerabili alla malattia”.

La situazione è particolarmente grave in Brasile, dove la comunità indigena più colpita sono gli Arara del territorio di Cachoeira Seca. Con il 46% di positivi su 121 abitanti, gli Arara sono ad oggi la tribù con il più alto tasso di infezione da COVID-19 di cui si abbia notizia.

Le comunità indigene che sono riuscite a resistere al meglio alla pandemia sono quelle che hanno raggiunto l’autonomia e l’autogoverno, che permette loro di gestire le loro terre e le loro risorse, e di garantire la sicurezza alimentare attraverso le loro colture tradizionali e la medicina tradizionale. Ancora una volta la pandemia sembra mostrarci la necessità di valorizzare e costruire società inclusive, sostenibili, che promuovano i beni comuni, l’ambiente in primis.