El Chile despertó

Chile despertó

Era il 25 ottobre quando su tutti i social network, blog e quotidiani comincia a diventare virale quella che possiamo definire la foto simbolo delle proteste in Cile. Siamo a Santiago e mentre il sole tramonta e un’enorme folla di persone inonda le strade e le piazze, vediamo una bandiera mapuche issata in cima alla statua di Plaza Italia. Sembra quasi una rivisitazione in chiave contemporanea dell’opera di Eugène Delacroix “La libertà che guida il popolo” e così, come la bandiera francese simboleggiava l’uguaglianza e la fraternità, la bandiera mapuche pochi giorni fa è diventata il simbolo della lotta contro ogni disuguaglianza sociale.

All’inizio del mese di ottobre, il presidente Sebastián Piñera aveva rilasciato delle dichiarazioni definendo il Cile come “un’oasi felice”, ma sono bastati pochi giorni per mostrare quanto fragile fosse questa felicità. Infatti, a causa dell’aumento del prezzo del biglietto dei trasporti pubblici da 800 a 830 pesos – il secondo dall’inizio del mese e circa il ventesimo nel giro di pochi anni – alcuni studenti di scuola secondaria hanno dato avvio ad un movimento coordinato per non pagare i biglietti dei mezzi. In poche ore questa protesta si è trasformata in una vera e propria occupazione delle più importanti stazioni ferroviarie della città, portando ai primi importanti scontri con los carabineros.

La situazione in pochi giorni è peggiorata sempre di più portando di fatto all’esplosione sociale più grave dalla morte di Pinochet, risalente a circa 30 anni fa, terminata con la manifestazione del 25 ottobre che contava più di 1 milione e 288 mila cileni.

Secondo molti studiosi l’aumento del prezzo dei trasporti sarebbe però solo la punta dell’iceberg, un vero e proprio pretesto per mettere in luce quelle che sono le reali problematiche della popolazione.

Per capire il presente dobbiamo guardare al passato. Infatti, durante la dittatura di Pinochet si abbracciò la strada del neoliberismo, che fu poi sostenuta fino ad oggi, in egual misura, sia dai governi di destra che sinistra.

Gli effetti di questo modello economico si sono rivelati però disastrosi, portando di fatto alla privatizzazione di servizi primari fondamentali per il benessere della popolazione. Un chiaro esempio è l’istruzione universitaria, dove solo l’11% della popolazione proveniente da settori meno abbienti riesce ad ottenere un titolo di studio, contro l’84% degli studenti più ricchi del Paese.

Ma il settore dell’istruzione non è l’unico in crisi, dati drammatici arrivano anche dalla sanità, la quale è diventata sempre più inaccessibile per le classi a medio-basso reddito. La causa è il sistema di assicurazioni sanitarie private, che pare essere l’unico a garantire qualità ed efficienza.

Quindi, se è vero che il Cile negli ultimi anni ha mostrato una considerevole solidità macroeconomica e un’importante crescita del PIL, rappresentando un unicum in America Latina, è altrettanto vero che per raggiungere questi risultati ha tollerato insostenibili livelli di disuguaglianza.

Per concludere, la crisi cilena non può essere considerata una sorpresa. Da tempo ormai la popolazione manifestava frequenti malcontenti dovuti ad un welfare state inefficiente o addirittura inesistente. L’errore più grande del governo Piñera, così come dei governi precedenti, è stato quello di aver vissuto per anni nell’illusione di “avercela fatta” senza tenere conto della realtà. E ora a nulla valgono la repressione e l’autoritarismo perché il Cile si è si risvegliato ed è necessario un nuovo patto sociale che porti finalmente a termine la transizione democratica mai conclusa.